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La “Meteorologica” di Aristotele, il primo trattato di Meteorologia

Molte giuste intuizioni ma anche qualche fantasiosa interpretazione dei fenomeni del tempo

Ancor oggi, dopo più di duemila anni dalla sua stesura (340 a.C.), la Meteorologica Aristotele – il più antico trattato di meteorologia – suscita ammirazione per le numerose felici intuizioni sulla genesi dei fenomeni atmosferici.

Aristotele ipotizza che l’universo, con la terra al centro, fosse diviso in una regione “celeste” al di là dell’orbita della luna, oggetto dell’Astronomia e in una regione “terrestre” oggetto appunto della Meteorologia.

Seguendo Empedocle, la regione terrestre sarebbe costituita da quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco – disposti in strati sferici concentrici, con la terra nella parte centrale.

Tra tali elementi vi sarebbero però continui processi di interscambio.

Ad esempio, quando il calore del sole raggiunge la superficie terrestre si mescolerebbe con l’acqua, dando così luogo ad una nuova sostanza, calda e umida, simili all’aria (???).

Le “evaporazioni calde e umide” provocherebbero le nubi e la pioggia (giusto!) mentre dalle “evaporazioni calde e secche” nascerebbero il vento e il tuono (???).

E la grandine e la neve? Ebbene l’acqua ghiaccerebbe a quote elevate solo però dopo aver raggiunto la fase liquida (giusto!).

Ma il ghiaccio, una volta formatosi, non può restare a lungo sospeso nell’aria e cadrebbe come grandine o neve.

Inoltre le goccioline d’acqua di nube galleggiano nell’aria finché un certo numero di esse si uniscono tra di loro dando luogo a gocce più grandi che poi, non più sostenute dall’aria, cadono a terra (giusto!)

Fig.1 meterologica UC Berkeley

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